San Faustino, la piazza Vittorio di Viterbo – reportage

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Il quartiere di San Faustino è descritto sulla stampa locale come la periferia di Caracas. Noi abbiamo provato a fare un racconto diverso chiedendo a chi ci vive di raccontarci com'è davvero.

Con questo articolo inauguriamo la sezione #reportage.

Il quartiere di San Faustino, spesso al centro delle polemiche per il presunto degrado, è descritto sulla stampa locale come la periferia di Caracas. Noi abbiamo provato a fare un racconto diverso chiedendo a chi ci vive di raccontarci com’è davvero.

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Fa caldo e le finestre delle case popolari di San Faustino, a Viterbo, sono tutte aperte. Da una esce a tutto volume “Cara Italia”, uno dei successi del rapper italo-tunisino Ghali. Al quinto piano sventolano le tende colorate, ma quaggiù l’aria è ferma. Sono le undici di una mattina d’estate e non c’è anima viva all’ombra di questo complesso costruito negli anni Cinquanta sulle macerie di un convento agostiniano di cui non resta più nulla.

Tre edifici arancioni, su tre diversi livelli, tirati su in un decennio. Era l’epoca della ricostruzione dopo le devastazioni della guerra. Anche Viterbo fu duramente colpita dalle bombe, al punto che il quartiere di San Faustino, che sorge su un lato del fiume Urciònio, fu collegato al resto della città medievale convogliando il fiume e riempiendone la depressione con le macerie dei bombardamenti.

San Faustino Viterbo
Piazza San Faustino (fonte: www.viterboitaly.wordpress.com)

“Sindaco, ecco la posta di oggi” fa la postina a Mourad, proprietario tunisino della macelleria halal a due passi da piazza San Faustino. Il negozio è un piccolo spaccato di Nord Africa: spezie e datteri, teiere e ceramiche, tajine e citazioni dal Corano appese al muro. In Italia dal 1989, Mourad ha girato tutta la provincia facendo i lavori più disparati: giostraio, bracciante, pizzaiolo, infine macellaio come suo padre e suo nonno. Nel quartiere lo conoscono tutti.

Mourad è un uomo minuto ma energico, con gli occhi vivaci che schizzano da una parte all’altra della macelleria. “Sono in Italia da quasi trent’anni, le mie figlie studiano qui. Viterbo è un posto tranquillo anche se ultimamente l’aria è cambiata. Penso che sia un problema di chiusura mentale. Ho sentito dire che alcuni residenti non vogliono che venga migliorato il servizio ferroviario verso Roma per paura che arrivino delinquenti”. Ha l’aria incredula mentre racconta questo aneddoto e chiude sarcastico: “Forse preferiscono impiegare due ore e mezza per raggiungere Roma”. Prima di riprendere ad affilare la sua mannaia, aggiunge: “forse anche San Faustino era un immigrato, magari il primo del quartiere, quello che poi ha portato tutti gli altri”. Sarà davvero così?

San Faustino conta una forte presenza di stranieri. Lo si deduce anche dalla presenza del più classico dei servizi utilizzati dalle comunità di immigrati: il money transfer. Ci sono ben sei sportelli a distanza di cento metri l’uno dall’altro. La clientela sembra dividersi per provenienza geografica. Un gruppo di africani è in fila davanti a un ragazzo con la maglia della nazionale nigeriana, mentre poco più giù alcuni indiani entrano nel Western Union su cui campeggia una riproduzione del Taj Mahal.

Negli ultimi anni sono fioriti in questa parte di Viterbo molti negozi gestiti da stranieri. Alimentari, barbieri, mini market, cartolerie. Molti dei vecchi artigiani hanno chiuso bottega, mentre i residenti benestanti si sono spostati verso le aree residenziali all’esterno delle mura medievali. Lo conferma Alessandro, un signore dall’aria distinta sulla cinquantina, che ha deciso di restare ad abitare nel quartiere, nella piccola casa ereditata dai genitori. “Il mercato immobiliare è crollato, oggi non conviene vendere. Chi può acquista proprietà fuori dal centro, in zone tranquille e più vivibili, e riaffitta a prezzi irrisori le vecchie case. Così San Faustino si è popolato di stranieri”. Lo dice con tono neutro, come a descrivere l’ineluttabilità di un fenomeno naturale. “Credo che i problemi principali siano l’incuria e l’assenza di luoghi di ritrovo. La criminalità? Non più che nei luoghi della ‘movida’ viterbese. Io qui sento solo qualche schiamazzo e qualche piccola lite tra condomini, ma niente di che”.

Per ovviare alla mancanza di spazi di aggregazione, l’Arci ha aperto un circolo in via delle Piagge: il Biancovolta. Da qui sono partite tutte le azioni dell’associazione finalizzate a rianimare la vita sociale e culturale del quartiere: mostre d’arte, passeggiate guidate, servizio di ludoteca e incontri per la realizzazione di un laboratorio urbano. Daniele, dell’Arci di Viterbo, impiega due ore a descrivere tutto con precisione, sfogliando l’archivio degli ultimi anni.

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La Jane’s Walk organizzata da Arci Viterbo

Nel 2014 è nata una discussione sulle condizioni del quartiere. Il dibattito ruotava intorno alle parole d’ordine: degrado, delinquenza, sporcizia, immigrazione”, spiega Daniele. “L’attenzione dei viterbesi si è quindi focalizzata su San Faustino, che veniva descritto come una periferia degradata, nonostante le ripetute operazioni di controllo da parte delle forze dell’ordine rivelassero soltanto piccole irregolarità sugli affitti”. In effetti non ci sono prove che il tasso di criminalità nel quartiere sia più elevato che altrove.

Per combattere il presunto degrado, nel 2014 è nato un comitato. La stampa locale ne ha descritto le richieste come molto vaghe. Alla prima riunione sono intervenuti anche alcuni militanti di CasaPound. Il movimento neofascista si ritrova presso il pub Old Manners Tavern, in piazza Sallupara, a due passi dalla chiesa di San Faustino da cui il quartiere prende il nome. Durante le ultime elezioni la scalinata della chiesa è stata presidiata dai militanti di CasaPound che protestavano contro “i troppi stranieri”. Lo scorso 28 aprile Claudio Taglia, candidato sindaco di CasaPound alle elezioni comunali, ha indetto una manifestazione per dire “basta a questa orda di immigrati irregolari e clandestini riversi nei nostri quartieri”. Intento rinnovato lo scorso 29 settembre quando CasaPound Viterbo ha convocato un sit-in con le parole d’ordine: “Basta degrado”.

C’è quindi chi non gradisce la presenza degli stranieri nel quartiere. Un episodio inquietante è stato recentemente denunciato dal sindacato di base USB che ha sporto denuncia contro l’affissione di cartelli razzisti sulle case degli immigrati. Scritte minacciose quali “qui non vogliamo neri”, “andate via” e “via da qui” sono state inchiodate dopo ferragosto alle porte delle abitazioni dove risiedono stranieri. Lo riporta la testata locale “Il Viterbese”.

Nonostante l’aria pesante che si respira nel quartiere dopo il ritrovamento dei cartelli, le priorità dei commercianti e dei residenti sembrano altre. Lucia e Antonella (nomi di fantasia) gestiscono una libreria nel quartiere. “Il problema principale è la scarsa pulizia. Spesso trovo i bisogni degli animali davanti casa, mentre i vicoli qui intorno sono pieni di erbacce”, dice Lucia. Antonella, la titolare, la ascolta mentre ordina sugli scaffali gli ultimi arrivi, poi interviene: “i lavori di rifacimento della strada sono durati otto mesi, con il corriere che non poteva scaricare i libri. Dovevamo trasportarli a mano. Ci erano state promesse molte cose non mantenute, ecco quali sono i nostri problemi”.

Molti titolari di attività commerciali sono stati coinvolti in un questionario realizzato dall’Arci. “L’intento era quello di capire la composizione sociale del quartiere, per poter agire in modo più mirato ed efficace”, precisa Daniele che aggiunge: “per poter fare un buon lavoro di indagine servono risorse che al momento non abbiamo”.

Anche l’architetto Alfredo Giacomini, esperto di architettura contemporanea della Tuscia, ha dato una mano all’Arci per far conoscere ai residenti la storia di San Faustino. “Fino alla Seconda guerra mondiale, il quartiere era popolato da artigiani e commercianti. Qui si viveva separati dall’antico centro medievale, che sorge sull’altra sponda del fiume. Negli anni Trenta gli abitanti di San Faustino dicevano ‘andiamo a Viterbo’, come se parlassero di un’altra città. Con la realizzazione dei collegamenti, tutto è cambiato”, spiega.

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L’Architetto Giacomini spiega la storia del quartiere

Mentre parla, guarda i tre palazzoni delle case popolari dal basso verso l’alto. Arrivato con lo sguardo al quinto piano, si sposta all’ombra percorrendo uno dei viali che separano un edificio dall’altro. “Queste case sono state concepite come luoghi privati, come una sorta di alveare senza proiezione esterna né spazi condivisi. Perfino questi viali sono usati come parcheggio più che come luogo di socializzazione”, aggiunge. Effettivamente, complice il caldo torrido, dai grandi alveari non entra né esce nessuno.

L’unico vero luogo comunitario del quartiere è ciò che rimane del solo mercato scoperto di frutta e verdura in tutta la città, a trecento metri dalle case popolari. Quattro o cinque bancarelle davanti alla chiesa di San Faustino, sulla piazza centrale. Poche anziane signore conversano davanti ai banchi della frutta, apparentemente più per passare il tempo che per comprare qualcosa.

Lo scorso 19 maggio il mercato è stato attraversato dalla Jane’s Walk, guidata dall’architetto Giacomini: una passeggiata-racconto tra le vie di San Faustino in onore di Jane Jacobs, autrice del libro Vita e morte delle grandi città. L’antropologa statunitense fu sostenitrice dello sviluppo urbano a misura d’uomo. Mentre prosegue con la storia del quartiere, l’architetto indica alcuni locali al piano terra delle case popolari: “qui fino a pochi decenni fa era pieno di negozi e botteghe. Oggi rimane solo questo ristorante e il barbiere”.

Il barbiere è Gianluca, barba incolta, orecchino e camicia hawaiana. Finisce di fare barba e capelli a un cliente e poi racconta la sua storia con nostalgia. “Prima i punti di ritrovo erano le nostre botteghe. Qua fuori mettevamo due tavoli e i clienti giocavano a carte mentre aspettavano il turno. Oggi non potrei farlo, mi farebbero la multa”. Sparisce nel retrobottega, poi torna con una foto del quartiere negli anni Venti, quando la vita ruotava intorno al convento della Trinità e alla chiesa dedicata a San Faustino.

Gianluca ne conosce la storia: “San Faustino era bresciano e fu condannato a morte per la sua conversione al cristianesimo. La leggenda dice che sia scampato a vari tentativi di persecuzione prima di trovare la morte insieme a suo fratello Giovita. A loro è dedicata la chiesa sulla piazza principale del quartiere”. Questa storia andrebbe raccontata al macellaio tunisino Mourad. Chissà se resterà deluso nel sapere che non è San Faustino il primo immigrato del quartiere, ma potrebbe essere lui stesso, arrivato a Viterbo nel 1989, quando davanti alla bottega di Gianluca si giocava ancora a briscola.

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