











Perché "Le città invisibili"
Molti dei nostri progetti prendono il nome da alcune “città invisibili “che ci sembrano fertili di suggestive analogie. Infatti, il libro di Calvino è anche fortemente metanarrativo: narra del narrare e delle sue diverse sfaccettature e implicazioni. Racconta la difficoltà, talora l’impossibilità di raccontare, di restituire la complessità dell’esperienza, e allo stesso tempo la necessità di farlo. Le città che Marco Polo descrive a Kublai Kan sono molto più che città, sono luoghi –spesso labirintici- dell’interiorità, meandri dell’esistenza, somigliano ai miti, ai sogni, talvolta agli incubi; sono disseminate di enigmi, emblemi, simboli, paradossi, e funzionano secondo geometrie complesse (a spirale, ad anelli concentrici, a strati…).
Così, Eufemia dà il nome ai progetti sul racconto autobiografico, Fillide agli itinerari sulla percezione, Tecla all’area della narrativa d’invenzione, Tamara alle iniziative sulla scrittura metaforico-poetica, Isidora ai percorsi con gli anziani, Maurilia al lavoro sulle memorie del territorio, Dorotea a quello sulla narrazione delle città, Melania a progetti sul dialogo, Ipazia alle attività con bambini e ragazzi; e questo è solo l’inizio, perché l’atlante immaginario disegnato da Calvino è una ricchissima miniera di spunti, spesso celati, “invisibili”, come i minerali preziosi nelle pareti di roccia e nel sottosuolo. Nel tempo proveremo a scavare, estrarli e trasformarli in suggerimenti ulteriori.
